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“Sì, nella pausa sono volate le parole”

Le reazioni dei protagonisti rossocrociati dopo la vittoria contro la Serbia

Keystone
 
22
giugno
2018
23:28
Red. Online

KALININGRAD (dal nostro inviato Marcello Pelizzari) - Nella bolgia di Kaliningrad, la Svizzera ha scritto una delle pagine più belle della sua storia. Carattere, tecnica, capacità, voglia di andare oltre alle difficoltà. Coraggio, anche. Queste, in sintesi, le caratteristiche fondamentali che hanno permesso ai rossocrociati di superare la Serbia in rimonta e di mettere una seria ipoteca sul passaggio agli ottavi di finale del Mondiale. Al fischio finale, dopo un tempo di recupero che pareva infinito, gli elvetici si sono abbracciati andando a festeggiare assieme ai tifosi giunti nell'exclave russa per l'occasione.

«Sembrava una partita fuori casa – racconta ai microfoni della RSI un emozionato Blerim Dzemaili –. Lo stadio era ovviamente tutto per la Serbia. Ma abbiamo dimostrato carattere. Questa è la Svizzera, questi siamo noi. Negli ultimi due anni abbiamo perso pochissime partite, qualcosa vorrà pur dire. Significa che siamo un gruppo forte, con uno spogliatoio unito e solidale». Il giocatore rossocrociato nel primo tempo si è creato tre, grossissime occasioni da rete, eppure non è riuscito a sfruttarne nemmeno una. «Le occasioni ce le ho sempre, però non riesco a buttarla dentro – dice con un sorriso –. L'importante era vincere contro la Serbia, ci siamo riusciti. Siamo partiti da lontano, da una rete di svantaggio. Però siamo riusciti a ribaltare la situazione». Già, lo svantaggio. Dopo un primo tempo a tratti poco brillante, la Svizzera ha cambiato marcia nella ripresa. Cosa è successo nello spogliatoio? Sentite ancora le parole di Blerim: «Nella pausa sono volate le parole, sì» spiega. «Ci siamo detti tante cose, perché se avessimo perso saremmo stati praticamente eliminati dai Mondiali. Grazie alla nostra reazione e ai gol, siamo quasi agli ottavi. Trovo sia stato importante farsi sentire negli spogliatoi. Ma anche lì, durante quei minuti complicati, siamo rimasti una squadra. Siamo rimasti uniti».

Uno dei protagonisti della serata è stato Mario Gavranovic. Entrato in sostituzione di un deludente (eufemismo) Seferovic, il bomber di Vezia ha realizzato il fondamentale assist per il 2-1 di Shaqiri. «Abbiamo cominciato nel peggiore dei modi, l'inizio della partita non è stato facile – dice a fine partita -. Ma la reazione è stata incredibile. Il mio assist? Sono contento. Contento per come sono entrato in campo e per il passaggio a Xherdan. Siamo riusciti a mettere pressione, purtroppo però mi è mancato il gol. Siamo un grande gruppo e la Serbia si è rivelata davvero molto forte e pericolosa. Ma noi avevamo qualcosa in più».

Eccolo, allora Xherdan Shaqiri, l'eroe di Kaliningrad. Ha fatto discutere (e lo farà ancora per parecchi giorni) la sua esultanza con il gesto dell'aquila albanese, che è andata ad aggiungersi a quella di Xhaka. «Si è parlato molto nei giorni precedenti la partita delle questioni politiche – dice il folletto rossocrociato –. Noi giocatori coinvolti in queste questioni, però, non ci siamo esposti pubblicamente preferendo rimanere zitti. Io non faccio politica, faccio calcio. Questa è stata una vittoria per tutta la Svizzera».

Spazio, poi, a Vladimir Petkovic, uno degli artefici dell'importantissimo successo sulla Serbia. «No, non ero contento dei ragazzi al termine del primo tempo – dice il ct –. Non mi è piaciuta la mentalità perché sapevamo chi avremmo trovato di fronte, eppure ci siamo fatti mettere sotto. Ma la reazione è stata ottima, davvero».

E Xhaka, invece? Pure lui, come detto, ha esultato con il gesto dell'aquila. «È stato un momento speciale per me» le sue parole. «Questa è una vittoria per la mia famiglia, per la Svizzera, per l'Albania e per il Kosovo. La mia celebrazione dopo il gol era indirizzata a chi mi ha sempre sostenuto, non a qualcuno o qualcosa in particolare».

Edizione del 16 ottobre 2018
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