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Riforniva bordelli di ragazze: condannata

Tratta di esseri umani: dieci anni e mezzo per una donna thailandese di 58 anni

Archivio CdT
 
11
luglio
2018
13:08
ats

BIENNE - Una 58enne thailandese è stata condannata oggi a Bienne (BE) a 10 anni e mezzo di carcere per tratta di esseri umani, promovimento della prostituzione e altri reati, in uno dei maggiori casi del genere finora giudicati in Svizzera. L'imputata aveva rifornito bordelli di varie città elvetiche "importando" dalla Thailandia decine di connazionali, di cui aveva sfruttato lo stato di povertà e dalle quali si era fatta poi fatta rimborsare oltremisura per il denaro anticipato.

L'atto d'accusa presentato al processo iniziato lo scorso 2 luglio parlava di 88 donne e transessuali, noti nel paese del Sudest asiatico come "ladyboy". Il Tribunale regionale del Giura bernese-Seeland ha condannato la donna per tratta di esseri umani avvenuta o tentata in 75 casi, per promovimento della prostituzione in 29 casi, per incitazione all'entrata e al soggiorno illegali in 86 casi, come pure per riciclaggio di denaro, per una somma di reato di almeno 120'000 franchi. Per alcuni casi portati in tribunale dal pubblico ministero la thailandese è stata assolta.

L'imputata, in carcere in Svizzera già da quattro anni - prima in detenzione preventiva poi per scontare anticipatamente la pena - è in parte rea confessa. In tribunale si è detta pentita per gli "errori" fatti ma ha aggiunto di non essere la "cattiva persona" che può sembrare. La settimana scorsa la procuratrice Annatina Schultz Aschenberger ha chiesto 12 anni di reclusione, l'avvocato difensore Philipp Kunz non più di sei. Oggi Kunz ha definito "severa" la sentenza e ha annunciato un probabile ricorso.

I reati risalgono al periodo tra l'inizio del 2009 e l'ottobre 2014. Secondo l'atto d'accusa, la donna residente in Thailandia ma spesso in Svizzera per i suoi "viaggi d'affari", ha sfruttato lo stato di bisogno delle sue "vittime", per lo più con un basso livello di istruzione e parlanti solo la loro lingua. Nella Confederazione le ha fatte arrivare organizzando con trucchi vari la concessione dei visti necessari presso varie ambasciate europee a Bangkok e anticipando i costi dell'aereo.

Ragazze e "ladyboy" erano poi in pratica costretti a vendere il loro corpo in bordelli situati in sette cantoni - Berna, Soletta, Lucerna, Basilea Città, Turgovia, San Gallo e Zurigo - per pagare i loro "debiti di viaggio", fatturati a 30'000 franchi e ai quali si aggiungevano costi di vitto, alloggio e inserzioni pubblicitarie. I procedimenti penali contro le gerenti dei singoli "saloni" sono condotti dalle magistrature di questi cantoni.

Secondo la procuratrice, le vittime erano coscienti che avrebbero dovuto prostituirsi, ma non conoscevano le condizioni concrete di lavoro e di vita cui sarebbero state sottoposte. Per il pubblico ministero non avevano alternativa alla prostituzione: vivevano infatti in stato di completo isolamento e dipendenza dalle tenutarie dei bordelli, di cui erano a disposizione 24 ore su 24.

E l'imputata, chiamata "Ma'am" dalle prostitute, aumentava la pressione su di loro con i suoi incitamenti alla solerzia. In una chat una della ragazze le aveva scritto: "Questa settimana ho guadagnato 1900 franchi. Sono stanca". E "Ma'am" le aveva risposto: "18'000 meno 1900 = 16'100 franchi. Hophop!"

Annunciando la sentenza il presidente del tribunale ha parlato di una "organizzazione complessa, ben strutturata e disprezzante la dignità umana" che sottoponeva le sue vittime a condizioni tali da obbligarle in pratica alla prostituzione. Le conseguenze di questo sfruttamento - ha aggiunto - sono disturbi post traumatici che arrivano fino ai pensieri di suicidio.

Negli ultimi anni sono venuti alla luce parecchi casi simili in Svizzera. Nel solo canton Berna sono stati portati a termine oltre 20 procedimenti, ha indicato recentemente il Consiglio di Stato. Secondo il governo bernese, i cantoni di Berna e Zurigo svolgono un ruolo guida nel perseguire la tratta di essere umani. Nonostante gli sforzi della magistratura, esperti della questione ritengono che i casi siano più numerosi rispetto a quanto finora venuto alla luce.

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